Schiavi della tecnologia e del tempo

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Stamattina mi sono alzata positiva. Ho pensato, se penso positivo, andrà sicuramente meglio la giornata. Mi reco baldanzosa alle poste, nella mia testa so già che ci saranno sicuramente 2.469504950495 vecchietti che si sono alzati prima di me e hanno pernottato davanti all’entrata. Entro, magicamente, poca gente. Ma ho una difficoltà, non so usare l’erogatore dei biglietti, così, vedendomi in difficoltà, un’ anziana signora i dice che è touch, capite? E’ touch! Mi dice di dare una manata allo schermo e magicamente tò! Un boglietto. Mi sono sentita una vecchiaccia che non si aggiorna sulle ultime novità del mondo tecnologico. Così, dopo aver ricevuto lo schiaffo morale da una gentile nonnina, una signora dietro lo sportello mi urla : ” Ma lei cosa deve fare?”, io mi avvicino e le rispondo. Taaaac, giornata fortunata. Mi dice che fortunatamente può occuparsene lei e che non serve il numero. Ma da quando in qua, una persona, normale, con una salute mentale abbastanza tranquilla, ha tutto questo culo??? Ne approfitto e ma non concludo la mia mini odissea. Bisogno andare dove ho effettutato la prima operazione, così, saluto con estremo rammarico la mia operatrice preferita e la nonnina. Arrivata, finalemente, nel luogo giusto, l’operatore mi fa firmare fogli a manetta. Poi fa un gesto che mi stravolge la giornata. Mi guarda e con il suo timbro in mano, quello che manualmente ha bisogno che gli cambi la data, mi dice: ”Dato che devo mettere la data di un mese fa sulla prima copia, vedi’ Cambio data così appariamo tutto, e ovviamente su quelli nuovi, data di oggi. Woilà! Un piccolo salto nel tempo. Mi ricordo quando sei venuta qui per l’attivazione della carta, eri con un ragazzo, stavate parlando animatamente”. Lo fisso e penso, che si, in quella data ero con lui li. E lui era lo stesso operatore. E io discutevo. E stavo male. E quell’operatore aveva assistito ad una delle tante piccole liti. E io a stento la ricordavo. E così scoppio a piangere. Dal nulla. Prendo tutti i miei fogli, esco di fretta e mi reco subito ad aprire il mio negozio.
Sarei tornata volentieri indietro nel tempo. Nel tempo in cui le persone dovevano chiarire per forza a voce o non vedersi per nulla. Vorrei che quel timbro mi avesse dato la possibilità di tornare a quel giorno e di dare un taglio alla sensazione ostile che ora sto provando.
E, infine, non vorrei avere un apparecchio tecnologico, che nolente o volente, mi mostra che lui è felice e io sono così.

C’era una volta….

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Vi racconterò una storia trita e ritrita.
C’era una volta,
in una città piena di smog e salsedine, una donna scaricata, segnata ormai dalle occhiaie che mostrava il suo viso, dal dolore e dalla delusione. E, sempre nella stessa città, lo sfigato roito di turno, felice e beato, che magicamente aveva acquisito più fascino, perso kg di troppo e assunto un atteggiamento da “uomo che non deve chiedere mai”.
Il finale? Speranza, sempre tanta speranza nel cuore di lei.
Solitudine, amarezza e codardia nel cervello di lui.
A questo mondo, forse, l’indipendenza è l’unica arma.
Scegliere se stessi è la sola scelta. Quella sicura, che non delude mai.
E con questa perla di saggezza, ricordo una donna straordinaria, che ammiro. Che ho sempre ammirato e che ha scelto sempre i suoi sentimenti, sempre la sua persona.
Jane Austen. 200 anni di storia, di romanzi straordinari che di generazione in generazione hanno fatto si che ogni grande donna, e anche uomo, potesse scegliere, sempre e solo il vero amore.

L’uomo come lo gnocco

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Ieri sera, arrivata a casa dopo una giornata estenuante da lavoro, avevo solo voglia di ciboin quantità industriali e un filmone strappa lacrime.
Dato che correva l’anniversario di Pretty Woman, mi sono sparata di nuovo la storia super romanticona della prostituta più fortunata dell’universo e un bel piatto di gnocchi al pesto, mandando a quel paese la mia super dieta da prova costume. Ormai finita nel dimenticatoio.
Mentre cucinavo, un’ illuminazione.
Dato che ne esco da uno scaricamento epocale, mentre guardavo la pentola dell’acqua e man mano osservavo gli gnocchi che salivano in superficie, lì, in quel momento, la mela in testa.
E’ inutile, i tempi saranno pure cambiati, ma è lo gnocco che deve salire in superficie.
E’ lo gnocco che deve, con tutto il suo tempo, avere il coraggio, il tempo e la maturità di salire ed essere pronto per essere mangiato.
Gli uomini, è inutile che li andiamo a cercare noi, che facciamo le cacciatrici.
La maggior parte, scapperanno sempre, perchè ancora immaturi.
Aspettiamo che siano loro a venire da noi.
Chi ha voglia di mangiare uno gnocco mal cotto?
Aspettiamo con bramosia che vengano su, con estrema pazienza, così da poter dire soddisfatte, come la nostra amica Benedetta Parodi, cotto e mangiato!
Poi per carità, se va male anche lì, nessuna ci vieta di masticarli e sputarli con estrema eleganza!

Dobbiamo ancora crederci?

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Ho riniziato “Sex and the city”, avevo bisogno di un pò di conforto.
Ho beccato una decina di puntate niente male.
Le migliori però sono arrivate ieri sera per mezzanotte, una è stata quella degli ex, dove la città, quando ti lasci, diventa una jungla ed ogni posto è buono per incontrare lo stronzo di turno. La seconda, quella che mi ha colpito, è stata quella di quando Mr. Big, nonostante esca con Carrie, esca anche con altre. Lei via via non riesce ad essere l’unica e la sola. E alla fine ecco la loro prima rottura.
In questi giorni mi sono sentita così. Ho vissuto la mia città come una jungla.
Ogni luogo è stato buono per incontrare chi non volevo incontrare. Lo stalker di turno, l’adulatore perenne, quello che saluti sempre di fretta se no ti assilla per ore, quello che invece non saluti e fai finta di niente, sempre con estrema eleganza.
E infine quello che ti ha spezzato il cuore.
Ecco perchè quando ci si sente così bisognerebbe evadere. Almeno fino a quando l’umore non è arrivato ai livelli di un grande party delle Kardashian. Arrivato a quel punto possiamo affrontare qualsiasi cosa.
L’altra puntata che mi ha colpito è un classico. Noi che cerchiamo l’unicità in un rapporto. Diventa estenuante, dover ripetere le stesse cose. “Guarda che io sto bene con te vorrei diventasse tutto esclusivo” “Vorrei che ci vedessimo solo noi due” ma evidentemente il comprendonio maschile ha una tara genetica. E così giù di delusioni e lacrime. Per averci sperato, per l’ennesima volta.
Così, siamo diventate tutte delle eterne Carrie nel limbo del Mr. Big delle prime stagioni.
Ma la domanda è….dobbiamo ancora crederci?

Limone libero oggi

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Oggi è la giornata internazionale del bacio.
Ma la depressione che mette?
Non bastava avere la festa di “la qualunquelandia” no, abbiamo dovuto aggiungere pure quella del bacio.
Così, noi poveri single in estrema crisi, oltre a svegliarci con quel poco sorriso che ci rimane, leggiamo su ogni social la bella festa del giorno, e ritorniamo in fase “depressione pura” e affondiamo di nuovo la testa nel cuscino.
Ma era proprio obbligatoria?
Abbiamo già San Valentino, mi sembrava già abbastanza.
Allora direi, che aggiungere al calendario, la giornata per “gli scopatori che lo fanno di tanto in tanto” non sarebbe male….o c’è già?!?!?

Cantonate

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Avete presente quando Dorothy, nel Mago di Oz, scopre che alla fine il Mago non era nient’altro che un ciarlatano?
Ma per arrivare a ciò, supera peripezie, crisi di coscienza, paure e agonie.
Bene, alla fine, con dolce sollievo, si accorge che dopotutto nessun posto è migliore della propria casa.
E gli uomini? Non mi sono mai pentita di nulla. Ogni singolo uomo che ho vissuto mi ha insegnato nel bene nel male qualcosa.
Ma fuggir via da qualcuno che ti vuole bene, ti stima e ti protegge per uno che vale zero, ha dell’incredibile. Mi sono trovata come Dorothy, sulle scale del Palazzo della Città di Seraldo, a versare lacrime per un ciarlatano. Neanche tanto bravo con le parole e con i fatti men che meno.
E’ assurdo che nella vita di una donna debba arrivare pure quello che vale quanto una scatoletta di tonno vuota. Manco buono a fare il ghiaccio, come direbbero in Pretty Woman.
Quello che ti fa vergognare di te stessa.
Ma dov’era il cervello in quel momento?
Sono passata dal cercare in ogni uomo divertimento e voglia d’amare, al nulla.
Il giocattolo di cui parlavo nel precedente articolo era pessimo. Ci ho giocato per un pò, neanche come avrei voluto e a ritmi di una lumaca cieca.
Ho cercato di sviscerare cosa fosse questo attaccamento, questo legame basato sul nulla verso una persona che non mi dava neanche le briciole.
Non mi ha mai fatto sentire desiderata, non mi ha reso di certo speciale, mai. Anzi detto francamente, persino il peggior uomo con cui sono uscita, a modo suo, mi ha fatto sempre sentire unica, ma questo batte tutti.
Nessuna eleganza nell’accorgersi dei dettagli, nessuna empatia. Un infantilità che sfiora l’incredibile. Nessun rispetto portato, e non perche non voglia, ma perche non sa cosa sia. Pensavo di entrare in quel girone di divertimento senza sentimenti. Ho scoperto in un momento qualsiasi, alla fine, come quella famosa mela in testa, che non c’era mai stato ne divertimento e tantomeno ne sentimenti.
Forse era la mancanza nell’avere qualcuno a fianco che mi ha portato a pensare che c’era del buono. Ma senza gioie che senso può avere? La mia gatta è riuscita a darmi molto di più in tutti questi anni.
E questa specie di essere umano, a cui Dio non ha dato nulla, ha caricato ancor di più il mio odio verso la razza maschile. Ho scoperto, in poco tempo grazie a Dio, che non ne è mai valsa la pena.
Ma la rabbia nei suoi confronti non posso provarla.
Lui è il tipico essere maschile che deve ancora trovare il lume della ragione e formarsi. La rabbia va indirizzata tutta a me stessa, che sperava di aver trovato della compagnia pulita, rispettosa e invece, si è trovata in fila, dal macellaio che vende la peggior carne del quartiere.

2+2 non fa sempre 4

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Una settimana fa, il papà del mio migliore amico, un fisico, mi ha illuminato.
“Cara Carmen, 2+2 non fa sempre 4!” mi ha detto allegramente.
E le mie certezze dove sono andate a finire?
Mi ha spiegato che in un sistema a base 3, la somma di 2+2 fa 11.
Okkey, ammetto di averci capito 0, ma il succo del discorso era che a questo mondo nulla è certo, nulla è una legge obbligatoria e nessuno a questo mondo segue uno schema preciso, perché anche su qualcosa di perennemente ovvio come una semplice somma, ci ritroviamo stupefatti scoprendo che in realtà il mondo può variare in ogni istante.
Mai dire mai, non sempre quando il cielo è rosso il giorno dopo ci svegliamo con il bel tempo, non sempre la gatta al largo ci lascia lo zampino….potrei continuare per ore.
E, soprattutto, mai pensare che qualcosa non posso accadere, perché è nel momento in cui pensi che non possa succedere, che nella tua testa è già scoppiata la guerra.

Verità scomode

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Quando ero piccola, avevo il tremendo vizio di guardare le vetrine dei negozi, interessarmi in maniera maniacale ad un oggetto in particolare, riferirlo a mia madre e finalmente, dopo guerre infinite, entrare nel negozio e riiniziare con la guerra.
Il commerciante carino ed educato mi mostrava l’oggetto preso in considerazione, ecco lì la delusione.
Non era assolutamente com’era in vetrina.
Dietro a quella parete di vetro, sembrava essere tutto perfetto, ciò che volevo realmente non era come lo avevo visto nei secondi precedenti.
Ma quando, alla fine, avevo tra le mani ciò che in quel momento desideravo con tanto ardore, ecco che finiva tutto l’incanto.
Mi sono portata per anni dentro di me questo difetto disumano, e l’ho trasferito, come volevasi dimostrare con gli uomini.
Finchè fantastico su di loro e penso a come potrebbe essere starci insieme, la mia immaginazione da spettacolo, ciao Broadway proprio. Poi ecco che appena si ha la conferma che tutto ciò può essere vissuto, fine della magia.
Aspettative troppo alte hanno mandato in frantumi possibili relazioni, che si sono fermate solamente al primo appuntamento e a volte neanche a quello.
Il problema è che finchè non sono arrivata al traguardo, ad avere quel giocattolo in mano, io dalla testa non me lo tolgo proprio e la tragedia è che più passa il tempo più nella mia mente si formula una sorta di competizione, con uno slogan dittatoriale “Fai di tutto per averlo”.
La verità scomoda al momento è che ciò che vorrei, darebbe una delusione ad una persona a cui tengo molto, screditerebbe tutto ciò in cui credo e creerebbe più problemi che soluzioni.
Quando ne vale la pena?
Quando si ha la convinzione che quel giocattolo è differente dagli altri, che la magia dietro a quella parete di vetro è in realtà veritiera?
Forse, alla fine tutti giocattoli sono uguali, e io ingenuamente, non l’ho ancora compreso.

Arrivederci DIR!

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Mio Caro Dir,

forse lei non lo sa, ma nel 2006, quando lei divenne il mitico direttore di Vanity Fair, una ragazzina impacciata e con degli enormi occhiali da vista neri, si abbonava alla sua rivista. Abbiamo, per così dire, iniziato insieme.
Ho amato ogni copertina, ogni articolo, ogni sua scelta, il suo sarcasmo straordinariamente divertente e pungente.
Ho amato tutti i suoi cinquecentosettantaquattro Vanity.
Ha pubblicato molti miei commenti e quando la grandiosa Franca Sozzani ha aperto le porte di Vogue lei era lì, e gentilmente ha firmato la copia del mio libro dicendomi che era strano firmare il libro scritto da qualcun’altro. Ma lei era lì, gentile ed educato, abbiamo conversato per pochi minuti ed è stato fantastico. Di solito si ha paura di conoscere chi tanto idolatriamo.
Ma lei era le parole che avevo sempre letto.
Nessuna maschera, era lì, vero e cordiale.
Per me è stata un’occasione rara e unica.
Forse se ne sarà accorto con il tempo, ma ha davvero ispirato molti di noi. E’ entrato nel cuore di noi lettori e lettrici come poche persone a questo mondo sanno fare.
E se, in questo momento, leggo le sue parole e mi commuovo, penso che ha fatto molto di più che dirigere una rivista, lei ha contribuito alla speranza di un giornalismo pulito, sincero e mai bugiardo. Non credo ci sarà mai qualcuno, capace di farmi emozionare in quel modo, che solo lei, con estrema eleganza e molto sarcasmo, sa fare.
Le auguro il meglio, se lo merita.
Grazie per tutto quello che ha fatto per noi…
La sua sostituta farà sicuramente un buon lavoro, ma lei è il mio primo DIR, e sa come si dice….IL PRIMO DIR NON SI SCORDA MAI!

 

Con estremo amore e devozione
la sua lettrice più devota

Carmen

Differenze sostanziali

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Le nuvole sono andate via e l’asfalto è bello asciutto.
Contenta di aver indossato i miei stivaletti scamosciati. Contenta che finalmente, questa volta non tornerò a casa con i piedi zuppi.
La mia mattinata inizia con un immagine che mi fa riflettere…
Una ragazza di colore accanto a me, alla fermata dell’autobus, si tira su quelle super fasciature strettissime e quasi impossibili da sciogliere con all’interno il suo bimbo. Io, a pochi secondi da lei, faccio lo stesso gesto, ma tirandomi su i collant troppo stretti che scendono senza tregua.
Lì, ho pensato, forse dovrei tirare anche io su una fasciatura per neonati.
Il mio cervello è stato assalito da mille domande, risposte, dubbi, certezze.
Tirerò mai su una fasciatura per neonati?
Starò forse perdendo troppo tempo a criticare il sesso maschile da non vederne forse l’unica decente cosa bella? E cioè, che possono darti il peso che fa scendere quella fasciatura. La maternità.
Mi è sembrata come una lampadina, una sorta di sveglia. Tutto questo odio o incomprensione verso il sesso opposto nuoce gravemente al mio futuro.
Il mio cervello ha concluso, tutto questo tormento delle mie sinapsi con questo slogan:
UOMINI SIATE MENO COGLIONI, COSI’ POSSO DIVENTARE MAMMA!