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Quando ero piccola, avevo il tremendo vizio di guardare le vetrine dei negozi, interessarmi in maniera maniacale ad un oggetto in particolare, riferirlo a mia madre e finalmente, dopo guerre infinite, entrare nel negozio e riiniziare con la guerra.
Il commerciante carino ed educato mi mostrava l’oggetto preso in considerazione, ecco lì la delusione.
Non era assolutamente com’era in vetrina.
Dietro a quella parete di vetro, sembrava essere tutto perfetto, ciò che volevo realmente non era come lo avevo visto nei secondi precedenti.
Ma quando, alla fine, avevo tra le mani ciò che in quel momento desideravo con tanto ardore, ecco che finiva tutto l’incanto.
Mi sono portata per anni dentro di me questo difetto disumano, e l’ho trasferito, come volevasi dimostrare con gli uomini.
Finchè fantastico su di loro e penso a come potrebbe essere starci insieme, la mia immaginazione da spettacolo, ciao Broadway proprio. Poi ecco che appena si ha la conferma che tutto ciò può essere vissuto, fine della magia.
Aspettative troppo alte hanno mandato in frantumi possibili relazioni, che si sono fermate solamente al primo appuntamento e a volte neanche a quello.
Il problema è che finchè non sono arrivata al traguardo, ad avere quel giocattolo in mano, io dalla testa non me lo tolgo proprio e la tragedia è che più passa il tempo più nella mia mente si formula una sorta di competizione, con uno slogan dittatoriale “Fai di tutto per averlo”.
La verità scomoda al momento è che ciò che vorrei, darebbe una delusione ad una persona a cui tengo molto, screditerebbe tutto ciò in cui credo e creerebbe più problemi che soluzioni.
Quando ne vale la pena?
Quando si ha la convinzione che quel giocattolo è differente dagli altri, che la magia dietro a quella parete di vetro è in realtà veritiera?
Forse, alla fine tutti giocattoli sono uguali, e io ingenuamente, non l’ho ancora compreso.

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